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Blog di attualità, cultura e politica
Il tempo della calma.
post pubblicato in Articoli, il 16 febbraio 2010
I magistrati di Firenze hanno scoperchiato quello che, secondo Paolo Flores d'Arcais è il peggior scandalo della nostra Repubblica. Forse è esagerato dire questo, ma di sicuro è il più inumano di tutti. L'Italia ne ha viste di brutte storie, dagli attentati alle stragi di Stato, dalla mafia alla corruzione degli anni '80, dagli omicidi eccellenti ai casi mai risolti. Ma mai prima d'ora si associava la voglia di far soldi con lo spietato cinismo di fronte a eventi come il terremoto dell'Abruzzo. Sopratutto se la voglia di far soldi andava a danno di chi già aveva subito la disgrazia del sisma.

In questa storia di malaffare sembra essere pesantemente coinvolto il PdL, prima con Bertolaso, uomo valido per tutte le stagioni, ma sfacciatamente adottato da Berlusconi in questa legislatura, e poi con Verdini, uno dei tre coordinatori del partito berlusconista. Ciò non significa che l'opposizione sia del tutto estranea a questa faccenda. Già si chiacchera di alcuni uomini vicini a Rutelli. In ogni caso dal PD non si è alzata nessuna voce scandalizzata. Forse perchè questa è la normalità? O perchè c'è dell'altro? 

L'unico partito che, in questi mesi, ci ha abituato ad alzare la voce in questioni come questa è l'IDV. Il partito di Di Pietro però attraversa la fase più difficile della sua, fin qui, breve vita. Il congresso di Salerno con la conseguente decisione di appoggiare De Luca in campania (pluri imputato) e l'UDC nelle Marche segna forse la fine dell'ascesa dell'IDV. La parte più giovane e attaccata a quei valori sin qui difesi da Di Pietro (la legalità, la trasparenza, la moralità pubblica, la coerenza politica) potrebbe non accettare questa presa di posizione.

Già da un pò le cose incominciavano a scricchiolare. Prima l'inchiesta di MicroMega, poi il ritiro dell'appoggio da parte di Salvatore Borsellino, le critiche di Sonia Alfano, di Travaglio e di tanti altri personaggi simbolo di quell'Italia legalitaria (ma minoritaria) hanno sicuramente segnato la fine del periodo d'oro dell'IDV. Un partito che, dunque, oggi non avrà più la forza di fare la voce grossa davanti a casi di corruzione e di malaffare come quello relativo agli appalti della Maddalena.

Eppure l'IDV aveva svolto, sin qui, un ruolo fondamentale. Era la camera di compensazione di quella rabbia che molti cittadini covano dentro di sè. La maggior parte degli italiani, siano berlusconisti o meno, siano di destra o meno, non è molto interessata a questi fatti, sebbene sia intuitivo che alla fine sono problemi di carattere generale. C'è una minoranza, molto numerosa, che però di questi avvenimenti e di queste indagini è molto interessata. C'è una minoranza che non accetta più l'illegalità e il sistemo politico - mafioso che ha sorretto sino ad ora il paese. C'è questa minoranza che non ha alcuna intenzione di scendere a patti con corrotti e mafiosi.

Un grande vecchio di questa povera Italia, Indro Montanelli, notò che le rivoluzioni, in Italia, erano fatte dalle minoranze, e sempre con la stessa speranza di fondo: un cambiamento, un riavvicinamento dell'Italia verso le altre nazioni Europee e verso l'antica cultura ed efficienza dei romani. Nel rinascimento, nell'epoca dell'unificazione nazionale, nella speranza liberale giolittiana, nel fascismo, nella resistenza antifascista, nella primavera di Palermo, nei tifosi di Mani Pulita c'è sempre stata la speranza di una rinascita dalle ceneri in cui questa nazione giace da tempo immemorabile.

Ora, la situazione in Italia è già molto precaria. Questa minoranza è sempre più numerosa e sempre più stanca. Quell'altra maggioranza è sempre più stanca e arrogante. L'opposizione in parlamento è stata fatta fuori e, mai come ora, sembra che i partiti politici siano tutti uguali a sè stessi. La crisi dell'occupazione sta colpendo sempre più persone e famiglie. La situazione non è affatto rosea e si sa, è proprio nei periodi poco rosei che la razionalità viene meno e lascia il posto alla violenza, alla rivoluzione e alle rivolte. Per questo penso che questo debba assolutamente essere il tempo della calma. 
La lotta alla libertà e alla giustizia
post pubblicato in Articoli, il 11 febbraio 2010
Ancora una volta il presidente del Consiglio ha indicato con una chiarezza disarmante i suoi principali nemici: la giustizia e la libertà. Non è certo un mistero che Silvio Berlusconi abbia da tempo dichiarato guerra alla giustizia e alla libertà di informazione e di opinione. Chiunque indaghi su di lui e sui suoi amici, chiunque la pensi in maniera diversa è criminale, carico d'odio, invidioso, comunista, vendicativo, giustizialista, antitaliano e quant'altro. 

Prima la maggioranza di destra ha deciso che, fino alle elezioni regionali, nei canali della RAI i programmi di informazione e di approfondimento, come "Porta a Porta" e "AnnoZero" (e molti altri) verranno sospesi per lasciare spazio alle tribune elettorali. Il motivo per cui è stata presa questa decisone è che, secondo i berluscones, la tv di Stato è di sinistra e dunque dà informazioni errate ai cittadini.

Probabilmente è vero che questi programmi di approfondimento sono, per la maggior parte, di sinistra, ma è anche vero che sono per lo più settimanali, mentre i programmi di destra, come "Porta a Porta", vengono trasmessi quattro volte alla settimana. E' anche vero, inoltre, che due tg su tre delle reti pubbliche sono sfacciatamente pro governativi. Dunque l'informazione italiana, che di certo non gode di buona saluta, non pende assolutamente a sinistra, anzi.

Nonostante ciò i programmi di informazione verranno soppressi, per lasciar spazio alle tribune politiche. Ma c'è anche una bella differenza tra questi due tipi di programmi. I primi sono solitamente politici, ma non solo. Trattano di un tema specifico e chiamano a discuterne politici, giornalisti ed esperti dell'argomento. La tribuna politica invece è una vetrina per i candidati, dove si parla dei programmi che questi ultimi propongono agli elettori. Due tipologie del tutto diverse di programmi tv. 

Berlusconi però ha dato il meglio di sè quando si è scagliato contro i magistrati che hanno osato indagare su Guido Bertolaso. Le accuse sono gravi e anche la figura fatta dal governo non è delle più belle. Ma quello che colpisce ancora una volta non sono le accuse a Bertolaso, quanto la reazione bambinesca di Berlusconi, che ha detto che quei pm devono vergognarsi.

Vergognatevi dunque voi pubblici ministeri che osate indagare sugli amici dell'autoproclamatosi premier, vergognatevi di combattere gli abusi e la corruzione, vergognatevi di fare il vostro lavoro, di rispettare la legge e la costituzione italiana. Vergognatevi di stare dalla parte della giustizia e dello Stato. Se foste uomini veri, come lo è l'Imperator, fareste di tutto pur di incrementare la corruzione, proteggere la mafia e evitare che i cittadini possano avere servizi migliori con tasse più basse.

Bertolaso ormai da anni aveva instaurato un sistema di potere che si basava sulle gestione della protezione civile e delle emergenze e proprio a causa di questo grande potere sugli appalti e sulla loro gestione è stato cooptato dai berluscones, che ormai lo volevano addirittura ministro. Nessuno mette in discussione la bravura di Bertolaso quando si tratta di gestire queste emergenze. Le operazioni straordinarie, marchio di fabbrica della gestione Bertolaso e molto apprezzate da Berlusconi, erano molto più redditizie e sopratutto avevano meno controlli e meno norme da rispettare.

Tutti saremmo d'accordo nel rispettare meno norme, se questo volesse dire sistemare velocemente i terremotati e risolvere una volta per tutte il problema dei rifiuti in tutte le sue sfaccettature. Ma un pò meno persone saranno d'accordo quando, da queste emergenze, qualcuno si arricchisce in maniera indebita proprio grazie alla straordinarietà e dalle deroghe. Su questo sta indagando la magistratura. Se dunque le accuse a Bertolaso verranno confermate penso che siano ben altri a doversi vergognare e non i pubblici ministeri. Ma non temete. Il parlamento ha mille armi per mettere al riparo i suoi uomini peggiori.

Grazie Beppino, eroe italiano
post pubblicato in Articoli, il 9 febbraio 2010
Un anno fa moriva Eluana Englaro. Eluana è stata un simbolo importantissimo per questo paese, un simbolo che racchiude in sè due temi fondamentali per l'Italia: la laicità e la legalità, la libertà e la giustizia. La laicità, chiaramente, è il tema fondamentale, quello che salta subito all'occhio. La legalità in questo caso è un tema secondario, affrontato dal padre con un coraggio non comune. Beppino Englaro ha affrontato la legge italiana, ha chiesto di poter fare una cosa e la legge gli ha dato ragione, anche se dopo molti anni. 

Avrebbe potuto fare come molti altri, staccare la spina, di notte, senza troppa confusione, senza occhi che guardassero. Avrebbe ottenuto ciò che voleva facendo così? No, sicuramente. Eluana amava la vita e amava la sua vita. Eluana aveva espresso un desiderio e il padre ha voluto esaudire quel desiderio. Volerlo fare restando dentro l'ambito della legge dovrebbe essere un esempio per tutti. Così agisce un uomo.

Diversamente invece ha agito la politica, in questa situazione. L'assenza di una legge chiara sul fine vita, i tentativi del ministro Sacconi di impedire l'attuazione della sentenza, la legge incostituzionale preparata apposta dal Governo per accontentare la Chiesa, l'intervento fuori luogo di Napolitano, il sequestro del Senato da parte del presidente Schifani. Tutto nel nome del potere, dei buoni rapporti con i clericali, tutto contro i cittadini e la loro volontà.

Berlusconi oggi ha dichiarato di essere dispiaciuto di non essere riuscito a impedire la morte di Eluana. Poco importa se quella fine era quella voluta dal padre e dalla stessa ragazza. Poco importa se un governo liberale mai si sognerebbe di entrare nelle vite delle persone (oltre che nelle tasche, come ama ripetere Tremonti). Sacconi ha dichiarato che quella intromissione era una perla di laicità, in quanto fondata sul dubbio. Resta da comprendere su quale dubbio. Di certo non c'era dubbio sull'infallibilità dei valori cristiani, mentre ce n'era in abbondanza nei confronti di quelli laici.

Un anno dopo stiamo ancora aspettando una legge sul fine vita che, viste le premesse, è bene che non vi sia ancora. Un anno dopo stiamo ancora aspettando un barlume di rispetto nei confronti della legalità da parte del governo Berlusconi. Un anno dopo siamo come anno prima. Inginocchiati di fronte al Papa e al padrino. Tutti, tranne uno, Beppino Englaro, laico coraggioso, padre coraggioso, italiano coraggioso. Grazie Beppino, ognuno di noi ti deve qualcosa, anche chi ti odia e ti insulta. 
Suicidio on line
post pubblicato in Articoli, il 6 febbraio 2010
Oggi in provincia di Treviso è apparsa una notizia particolare, sintomatica dei tempi in cui viviamo. Un ragazzo di diciassette anni si è iscritto, su FaceBook, a un gruppo che promuoveva il suicidio. Dopo poco tempo lo stesso ragazzo si è effettivamente tolto la vita. Subito dopo gli amici del ragazzo hanno iniziato a tempestare il suddetto gruppo di insulti e improperi. Cerchiamo di analizzare la situazione.

Il ragazzo che è morto evidentemente stava male con se stesso e con gli altri. Quando una persona pensa al suicidio significa che è giù di corda, che ha tante cose che non vanno, molti problemi da risolvere e poche o nessuna prospettiva. Quando, dal pensarci, si passa alla messa in pratica di un suicidio, significa che veramente ogni speranza è persa, almeno in apparenza. Io non voglio condannare il suicidio. La vita era del ragazzo ed è giusto che ne facesse ciò che ne voleva. E' un peccato però che abbia deciso, a soli diciassette anni, che non valeva più la pena vivere. Probabilmente erano problemi risolvibili.

Il ragazzo si è iscritto a questo gruppo per gioco o per lanciare un allarme? Chi ha creato quel gruppo l'ha fatto per scherzo, per goliardia o per dare una mano a chi era in difficoltà? Dando un'occhiata al gruppo del celebre social network sembra più una bambinata che una proposta seria di riflessione. Ciò però non giustifica, a mio avviso, le richieste di censura di quella pagina. Innanzitutto il fondatore del gruppo non può essere accusato di spingere al suicidio. E anche se così fosse bisogna considerare che è appunto un suicidio di cui si parla, dunque una decisione presa sulla propria pelle.

La giovane età dei protagonisti (il ragazzo morto, il ragazzo che ha fondato il gruppo) fa pensare che si tratti di ragazzate finite male. Di certo la pagina di FaceBook non è di buon gusto, ma non è nemmeno così criminale come gli amici del ragazzo vogliono credere. Anzi, avrebbero dovuto dare più peso a quella pagina, preoccuparsi per il loro amico. Se davvero per loro la vita è così importante, se veramente ci tenevano così tanto a quel ragazzino forse avrebbero dovuto ascoltarlo maggiormente, spesso basta quello. 

La reazione disperata è chiaramente giustificabile e umana, per carità. Ma osservando con freddezza si capisce come sia insensata. Un ragazzino ha creato un gruppo di cattivo gusto, per scherzo, un altro ragazzino, probabilmente depresso, l'ha forse scelto per lanciare un messaggio. Un gruppo di ragazzini ha sottovalutato il problema, credendolo una ragazzata. Ma così non è stato. Trovo assurdo però dare la colpa di tutto ciò che è successo a internet o a FaceBook. La colpa è prima di tutto del suicida, che ha fatto la sua scelta. La colpa poi è di chi gli era vicino tutti i giorni, che non ha capito quanto fosse depresso. Ma la colpa di sicuro non è della rete o di chi ha fondato un ridicolo gruppo denominato "Hai mai pensato di farla finita?". Se così fosse, allora, dovremmo credere che anche i suicidi dell'epoca pre FaceBook fossero dovuti alle chiacchere da bar?

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permalink | inviato da rickygl il 6/2/2010 alle 20:31 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
Mai più colpe a mr. B.
post pubblicato in Articoli, il 2 febbraio 2010
Spesso si imputano a Berlusconi un numero incredibilmente alto di azioni, se non criminose, quantomeno immorali e dannose per il paese e per la sua democrazia. Spesso queste imputazioni sono fondate, si basano su fatti, su prove, su teorie consolidate, su ragionamenti profondi. Berlusconi è accusato di aver riciclato il denaro della mafia per costruire Milano 2, di aver evaso le tasse, di aver corrotto i politici (come Craxi, ad esempio) per ottenere favori, di aver trattato con la mafia per avere una scorciatoia nella sua vita politica, di essere sceso in campo per farsi delle leggi a suo uso e consumo e per guadagnare ancor più potere, col quale influenzare gli altri imprenditori.

Difficilmente i sostenitori di Berlusconi riescono a smontare queste accuse. Il più delle volte si limitano a gridare contro l'odio, la persecuzione mediatico - giudiziaria, il complotto, la mancanza di argomenti della sinistra e quant'altro. Ma mai e poi mai hanno provato a smontare le accuse, forse perchè reali o, per lo meno, realistiche. I più sensibili al tema della legalità si crucciano di come il presidente del Consiglio possa varare leggi e provvedimenti che rischiano di favorire evasori fiscali, corruttori, operatori della criminalità economica e simili. Ancor di più si disperano di come il capo del Governo possa concepire delle leggi come quella sul processo breve, solo per citare l'ultima in ordine di tempo.

Ma, diciamolo francamente, Berlusconi fa bene a fare quello che fa. E' proprio quello che l'Italia deve avere. Non è una tragedia se Berlusconi trascinerà questo paese nel baratro, se mai lo farà. Le leggi sulla giustizia della destra berlusconista non hanno mai brillato per funzionalità. A dire il vero nessuna legge sulla giustizia della cosiddetta seconda repubblica ha mai funzionato molto bene, almeno dal punto di vista dei cittadini. Nemmeno le politiche economiche sono state assai brillanti, infatti da quindici anni ed oltre stiamo discutendo sul perchè l'economia tricolore sia stagnante. 

Poniamo anche che tutte le leggi sulla giustizia e sull'economia del governo Berlusconi siano dannose per l'Italia. Poniamo che il modello culturale di Berlusconi sia dannoso per la democrazia, per la serenità, per la libertà, per la pace, per la moralità pubblica. Poniamo che Berlusconi abbia assoggettato il paese e lo stia sfruttando a suo piacimento. Avrebbe forse fatto male? No, assolutamente.

Avrebbe invece fatto benissimo, perchè così hanno voluto gli italiani. Quelli di destra, anzitutto, che hanno accettato che quest'individuo, dotato di conflitto di interessi plurimo, sospettato di intrattenere rapporti con dei boss mafiosi, avvezzo alla pratica della corruzione li rappresentasse. Quelli di sinistra subito dietro, per aver votato ed aver continuato a votare un partito, quello dei post comunisti di D'Alema e Veltroni, che non ha fatto altro che piegarsi ai desiderata del Cavaliere, rinunciando non solo a fare opposizione, ma anche a sistemare le cose quando andava al governo.

Se l'Italiano medio è stolto, sia esso di destra o sinistra, che colpa ne ha Berlusconi? Semmai è un merito il suo, ovvero quello di aver stordito gli italiani o parte di essi, con i programmi leggeri delle sue reti TV. Ma la colpa, per piacere, non diamola mai più a Berlusconi. Lui fa bene a sfruttare la sua posizione per migliorare il fatturato (e non solo, forse) delle sue aziende. Fa bene a provare tutti i metodi possibili e immaginabili per evitare i suoi processi. Fa bene a fare promesse assurde e irrealizzabili se poi gli italiani lo votano. Signori, se (e rispeto, se) tra dieci o vent'anni sarà un fatto inequivocabile che il declino italiano è dovuto al berlusconismo e a Berlusconi stesso allora non dovremmo incolpare lui. Ma noi, che abbiamo permesso a lui di governare questo paese. 
Il merito, da Ischia all'Italia
post pubblicato in Articoli, il 30 gennaio 2010

I giudici hanno deciso che ad Ischia tutti gli immobili abusivi andranno abbattuti. Con l’arrivo delle ruspe anche i cittadini di Ischia si sono mobilitati, protestando contro questi abbattimenti. Dunque contro la legge. Ma, dicono loro, ci sono dei buoni motivi, quando la legge non è dalla parte del cittadino come si fa a rispettarla o a condividerla? Dunque si costruisce abusivamente.

Dicono, gli isolani, che Ischia ha eccessivi vincoli e per questo molte famiglie non avevano la possibilità di costruire la propria casa. E cosa deve fare una persona in questo caso, rispettare la legge, magari assurda, o costruire comunque la propria casa, anche se in luogo dove non si potrebbe? Molti, quasi tutti, hanno scelto di costruire comunque. Ischia però non è la pecora nera della Campania o dell’Italia. Sono diverse migliaia, infatti, gli edifici che dovranno essere abbattuti perché abusivi.

Qualche politico (PdL) ha già proposto un altro condono edilizio ad hoc per i campani che si troveranno, presto o tardi, le ruspe davanti a casa. L’opposizione ha sottolineato come, con un condono edilizio non si fa altro che incentivare una nuova ondata di abusivismo, come un cane che si morde la coda. La diatriba, come sempre, è tra i cosiddetti realisti, ovvero coloro che, osservata una realtà cercano di regolarizzarla e chi, invece, chiede rispetto per la legge (e per chi la rispetta), sottolineando come i continui condoni favoriscano l’illegalità e il disprezzo per il rispetto delle norme.

Ma c’è anche un’altra opinione che circola ed è forse la più diffusa presso i cittadini comuni. E’ certamente sbagliato costruire laddove non si può farlo. Ischia poi è un’isola bellissima, un paradiso terrestre ed è veramente criminale deturparla con alberghi o villette abusive. Però i giudici avrebbero dovuto abbattere quegli edifici, non certo l’abusivismo di necessità di qualche famiglia che si è costruita la propria prima casa abusiva. In ogni caso, anche se è sbagliato lo facevano tutti (Craxi dixit) e, in fondo, la responsabilità è della politica e delle istituzioni che hanno commesso diversi errori: hanno creato vincoli insopportabili, non hanno controllato il territorio mentre si costruiva abusivamente, non risarciscono i cittadini che si vedono abbattere la casa abusiva.

Però chi fa questo discorso dimentica, secondo me, che i politici a capo delle istituzioni (locali o nazionali) sono stati eletti dal popolo. Forse il sindaco di Ischia è stato votato da qualcuno perché sperava che controllasse meno e non si muovesse contro l’abusivismo. Forse a questo punto conviene fare un ragionamento, una presa di coscienza che, però, non può riguardare solo Ischia, ma deve riguardare l’Italia intera.

Chi fa le leggi, certe leggi in particolare, le fa dicendo di stare dalla parte del popolo, per proteggerlo, per garantire di volta volta la libertà o la giustizia. I vincoli paesaggistici o idrogeologici per quanto riguarda la costruzione di edifici ne è un esempio. Io, governo, non ti lascio costruire là o perché è una zona di interesse turistico e dunque non può essere deturpata perché porta turismo e dunque ricchezza oppure perché quella zona ha un terreno inadatto e costruire là sarebbe un pericolo per te o per gli altri.

Tutto vero, per carità. Ma il popolo non lo vuole. La gente se ne frega se Ischia è un paradiso, che senso ha avere un paradiso senza poterlo sfruttare? Ville e alberghi portano reddito a chi li costruisce e a chi li gestisce. Costruirsi la casetta ad Ischia è più facile che farlo in terraferma, ed è anche più bello. La gente non vuole pagare le tasse, poco importa che servano anche a garantire la sanità, la manutenzione stradale, l’istruzione o quant’altro. La gente vuole tenersi quello che ha, e che gli altri si arrangino.

E allora, visto che il concetto di merito ha pervaso anche i post – comunisti, perché non dare a costoro ciò che meritano? Fate pure come volete, costruite dove volete, non facciamo più pagare una sola tassa. Poi però quando Ischia, Capri, Positano saranno una colata di cemento, quando i vostri figli non sapranno né leggere né scrivere, quando i vostri genitori moriranno per un raffreddore, non venite a lamentarvi con lo Stato. Questo, signori miei, è il merito.


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permalink | inviato da rickygl il 30/1/2010 alle 11:54 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
Religiosità
post pubblicato in Articoli, il 23 gennaio 2010
Le religioni non hanno mai fatto del bene all'umanità. Ma alcune di esse hanno fatto meno danni rispetto ad altre. Ma forse, più che di religioni diverse, bisogna parlare di interpretazioni delle religioni e delle varie fedi. Nella storia dell'uomo le religioni hanno avuto principalmente due interpretazioni.

La prima è un'interpretazione più spirituale, la seconda più terrena. Nel primo caso la religione serve più che altro a fondersi con lo spirito, con la natura, col creato. Si tratta di una religione per lo più personale, intima, che mira a ottenere una sorta di pace spirituale, di tranquillità. E' il tipo di religione che, solitamente, anima le persone più colte e sensibili. Questa religiosità spinge l'uomo a comportarsi il meglio possibile da sè, e non per avere qualcosa in cambio. Solamente per rispetto di fronte alla natura e a Dio.

Il secondo tipo di religiosità è invece quello che contraddistingue le dottrine ufficiale delle tre grandi religioni monoteistiche, ma non solo. Ovvero una religione dottrinale, che, invece che aiutare le persone a stare bene con se stesse pretendono di imporre una morale autoreferenziale, che tutti devono rispettare, indipendentemente dalla loro fede. Questo tipo di religione, comune in quest'epoca e, più in generale, alle persone meno illuminate, è una religiosità bambina, bisognosa di premi e punizioni, che rinuncia a spiegare il mondo riempiendolo di misteri della fede, dogmi e quant'altro.

Questa religiosità non è sicuramente adatta per responsabilizzare le persone, anzi. Questa religiosità, più che premiare le buone azioni (anche se bisognerebbe definire quali sono le buone azioni e quali quelle cattive) premia la fede cieca, la creduloneria e, in definitiva, la sottomissione acritica a ciò che qualcuno, con voce tonante e abiti imponenti, dichiara essere l'assoluta verità. Con quali prove a sostegno di questo, non si sa.

Purtroppo però la cultura odierna, specialmente in Italia, ma anche in altri paesi occidentali, sta andando sempre di più in direzione della religiosità bambina. E di certo il cristianesimo e la Chiesa non incoraggiano l'altra direzione. Una religione che si limita ad essere un elenco retrò di precetti morali, fisici, sessuali, di abbigliamento e quant'altro, può essere positiva per una società moderna?

Spesso i credenti più ferventi e i sacerdoti accusano l'ateismo di aver indotto le persone ad essere più tristi, ad aver rinunciato al conforto religioso e dunque di essere più sensibili e vulnerabili agli inevitabili brutti momenti della vita di tutti i giorni. Ma, a parte il fatto che se una persona è diventata atea ha dovuto prima sconfiggere le imposture culturali che sin da bambino ognuno di noi riceve, bisogna anche pensare che forse tutte quelle norme essenziali per poter ottenere il biglietto per il paradiso non sono proprio quello di cui l'uomo ha bisogno per essere felice.

Nemmeno le verità rivelate, in fin dei conti, rendono felice l'uomo. Forse adottare una religiosità meno umana, antropomorfa, definita da precetti e regole antiche sarebbe più saggio. Abbracciare una religiosità più spirituale, serena, desiderosa di conoscere i segreti dell'universo, desiderosa di rispettare l'universo stesso per quello che è, senza premi e minacce, forse questo tipo di religiosità potrebbe sollevare maggiormente l'umanità dai propri affanni. 

Rinunciare a determinare il bene e il male in base a dei valori assoluti e imparare a valutare ciò di cui l'altro ha bisogno, rinunciare a imporre la propria idea, per quanto bella e ragionevole essa sia. Smettere di interpretare e cominciare a capire. Forse questa religiosità calmerebbe molti animi. Ma oggi, questa religiosità non è contemplata da chi adora Dio, quanto invece da alcuni di coloro che in Dio non credono più. Forse, dunque, che l'ateismo e lo scetticismo si riveleranno una possibile via verso la serenità dell'anima? Sempre, sia ben chiaro, che l'anima esista.
Se il PD ha coraggio
post pubblicato in Articoli, il 21 gennaio 2010
Qualche giorno fa dicevamo che la linea della palma in Italia si è alzata. Un'altra prova di questo ci viene dal Lazio. Un tempo il laboratorio politico più importante era la Sicilia, oggi invece sembra essere la regione della capitale il territorio dove i partiti stanno sperimentando con più coraggio e innovazione che mai. A sfidarsi per la presidenza della regione saranno due donne: la finiana Renata Polverini e la radicale Emma Bonino. 

Entrambe non sono benviste dai vecchi caporioni dei due partiti maggiori. Troppo innovative, diverse, fuori dai soliti schemi, entrambe delle perfette outsider. Ma, curiosamente, entrambe potrebbero finire per coinvolgere molti più elettori di quanti non ne avrebbe coinvolti un'altro nome famoso, ma meno avvincente. Vedere due donne ragionevoli sfidarsi per la leadership di una regione è sicuramente molto interessante.

Per la sinistra una vittoria di Emma Bonino vorrebbe dire molto di più della semplice conquista del Lazio. Sarebbe un serio riscatto e una via da seguire. Emma Bonino è una donna seria e capace, che ha lottato per una vita intera a favore dei diritti civili, ma che sa anche amministrare molto bene, basti vedere gli ottimi risultati che ha ottenuto in Europa e da Ministro. 

Sarebbe una vittoria della buona politica, dell'impegno, della serietà, dei valori. Sarebbe un gran segnale. Una donna che sta dalla stessa parte da una vita, che non si fa problemi a dire la sua, che non ha peli sulla lingua, che ha le idee chiare, che non teme di inimicarsi poteri forti (come ad esempio la Chiesa). In questi anni siamo stati abituati a una politica delle convenienze, delle alleanze, sempre con l'obiettivo di conquistare di una poltrona e mai di realizzare un programma o di proporre dei valori. Con Emma Bonino (ma anche in parte con Renata Polverini) questo cambia. 

Con la Bonino il PD ha apertamente rifiutato l'alleanza (preziosa) dell'UDC, ha sfidato il voto cattolico, ha proposto una persona molto capace come amministratrice, ma potenzialmente invisa a cattolici e moderati. Mi auguro che il PD non tremi di fronte alla prospettiva di vedere questo tipo di candidati vincenti. Sarebbe sicuramente una rivoluzione per il PD, abituato a candidare i vari Rutelli e simili.

E' dunque davvero improbabile pensare che il PD preferisca perdere il Lazio a favore della Polverini piuttosto che vincere con un candidato trasparente, dinamico, con dei valori e degli obiettivi chiari? Il Lazio potrebbe diventare il punto di svolta del PD. Vedremo se il PD avrà il coraggio di svoltare o se, invece, preferisce restare comodamente all'opposizione         
SPQP: Sono pazzi questi politici
post pubblicato in Articoli, il 20 gennaio 2010
Continua, incessante, l'esasperazione della politica italiana. Ogni giorno che passa sembra che i nostri potenti vogliano scendere di un gradino la scala della serietà e del rispetto nei confronti della decenza e dell'intelligenza umana. Pochi giorni fa si commemorava Bettino Craxi, leader del PSI e capo del governo, morto 10 anni or sono. Secondo le ricostruzioni di chi gli era e gli è tutt'ora vicino (avvicinandosi dunque anche a Silvio Berlusconi) la fine di Craxi fu dovuta non al fatto che egli si intascasse delle tangenti, delle quale dovette giustamente rispondere davanti ai tribunali, bensì al fatto che Craxi era inviso ad alcuni potentati italiani e internazionali, in particolare quelli vicini a USA e Israele. Questi paesi infatti ce l'avrebbero avuta con Craxi a causa della sua politica non conciliante come quella democristiana di qualche anno prima.

Quello che questi craxisti - berlusconisti non spiegano è come mai queste terribili forze, che avrebbero progettato la fine di Craxi assumendo già qualche anno prima Antonio Di Pietro esattamente con questo scopo (e viene da pensare anche la mafia, quella delle bombe che abbatterono la prima Repubblica), non siano poi riuscite a evitare l'ascesa al potere di Berlusconi, che era l'uomo più vicino a Craxi. La sua Forza Italia divenne il rifugio di moltissimi socialisti e si alleò con ex missini e leghisti, non certo gente famosa per l'appoggio incondizionato a USA e Israele. A meno che queste potenze non fossero talmente potenti da sapere con largo anticipo quanto piacesse il potere agli ex fascisti di AN e ai fascisti della Lega Nord.

Al Senato invece si è sfiorato il ridicolo, dando modo a chi avesse ancora dei dubbi, di chiarirsi le idee nei confronti del presidente Schifani. Mentre si stava discutendo la riforma del processo penale, quella cosiddetta del processo breve, i senatori dell'IDV stavano mettendo in scena la consueta opposizione colorita, tipica dei partiti più caldi e populisti, un pò come quella che metteva in scena lo stesso Schifani quando, durante la scorsa legislatura, era a capo del gruppo parlamentare di Forza Italia al Senato. Ebbene, durante questa messinscena dell'IDV un parlamentare del PdL ha lanciato un fascicolo, colpendo in testa un collega. A questo punto il presidente ha avuto la bella idea di richiamare l'IDV, colpevole di fare opposizione. La teoria della reazione viene così portata e glorificata in Senato. Se uno si lamenta di ciò che fate, picchiatelo pure: la colpa sarà sua.

Il massimo della demenza però si raggiunge alla Camera, dove è stato presentato un emendamento che prevede la possibilità per uno studente di andare a lavorare a 15 anni come apprendista, assolvendo in questa maniera l'obbligo dell'istruzione. Io penso che, per quante buone intenzioni abbia avuto il deputato che ha presentato questa proposta, sia necessario pensarci un pò sopra. Prima di tutto perchè l'italiano medio è già di suo poco istruito, dunque sarebbe meglio studiare di più e meglio e intervenire nella scuola per ottenere questi risultati. In secondo luogo perchè bisogna invogliare la gente a impegnarsi, e dire a un ragazzo che può andare a lavorare se non ha voglia di studiare non è esattamente un modo per incentivarlo all'impegno.

Nessuno dice che il lavoro non è anche una scuola, tutt'altro. Ma è una scuola diversa, che può benissimo essere affrontata nei momenti durante i quali non c'è la necessità di studiare. Sicuramente gli studenti bravi non lasceranno la scuola per fare gli apprendisti, ma questo emendamento conferma, ancora una volta, quale sia la cultura dominante di certa destra italiana, ovvero quella secondo cui la scuola è inutile e, talvolta, pure dannosa. Non sia mai che qualcuno non studi troppo, mettendo magari in dubbio le ferree convinzioni cristiano - leghiste - berlusconiste che pervadono la nostra società (anche per chi è di sinistra, non solo per chi è di destra). Non che esse siano di per sè il male assoluto, ma perchè quelle culture, così affini, ce l'hanno così tanto con l'istruzione?
Tasse e bugie
post pubblicato in Articoli, il 17 gennaio 2010
Le tasse sono tornate prepotentemente al centro del dibattito politico italiano e questo è a mio avviso un bene perchè si tratta di un argomento importante che coinvolge i cittadini e l'economia italiana molto più dei processi che il premier sta tentando in tutte le maniere di evitare. 

Berlusconi aveva promesso di abbassare le tasse. Non è un mistero che questo obiettivo è stato ribadito dal premier e dai suoi innumerevoli volte, sin dal 1994. Le proposte sono state le più disparate, le boutade anche. Una cosa però è certa, ovvero l'intenzione, per lo meno a parole, della destra berlusconista di diminuire le tasse. Questo perchè le tasse sono alte e ingiuste, togliendo al lavoratore il frutto del suo lavoro.

La destra pseudo reaganiana italiana non fa che dire che le tasse italiane sono le più alte d'Europa, che siamo tartassati e che dunque bisogna diminuirle. Un'altro luogo comune è che il governo Prodi abbia alzato le tasse a dismisura mentre il governo Berlusconi le abbia abbassate, anche se di poco. Basta però giocare un pò coi numeri, come molti esimi economisti fanno ogni martedì sera a "Ballarò", per capire che, in realtà, il governo Prodi non è stato quella sanguisuga che si vuol far credere, mentre il governo Berlusconi non è stato quel toccasana che alcuni speravano.

Un'altro mito da sfatare è che l'Italia sia il paese più tassato d'Europa. Non è assolutamente vero. I paesi nordici, come Svezia e Danimarca, hanno un prelievo fiscale molto più consistente del nostro. E, come sempre, dipende da come si vuol guardare i numeri, da quali parametri vengono considerati, e l'Italia può balzare ai primi o agli ultimi posti di queste classifiche.

Il vero problema, in Italia, è un'altro, ovvero il numero eccessivamente elevato di tasse e imposte diverse, che complicano, e non poco, la vita al contribuente. Pagare 5 o 10 imposte diverse, anche se relativamente basse, è sicuramente più seccante che pagarne 2 o 3. Questo crea, ovviamente, un diffuso senso di sfiducia da parte del contribuente. E questo senso di sfiducia si traduce in evasione fiscale. Come se non bastasse il denaro raccolto dalle tasse e dalle imposte non viene utilizzato tutto per fornire servizi ai cittadini. Esso infatti subisce prima ben due sforbiciate: quello degli sprechi e quello della corruzione. 

Sia i primi che i secondi sono inevitabili in uno Stato complesso come l'Italia. Ma entrambi sono eccessivamente elevati per una democrazia liberale. Sopratutto se i vari governi che si succedono al comando del paese si guardano bene dall'individuare e tagliare gli sprechi reali o dal scrivere norme che aiutino a combattere e a limitare la corruzione. Dunque, come dice sempre Enrico Mentana, non sono le tasse a essere eccessivamente elevate di per sè, è semmai il servizio che da esse torna al cittadino ad essere squilibrato in maniera inaccettabile verso il basso.

Una cosa però è certa. Se il governo non riesce a ridurre la spesa pubblica, possibilmente limando i costi di sprechi e corruzione e non tagliando sempre fondi su scuola e sanità, è impossibile pensare di ridurre le tasse. Il debito pubblico italiano è tra i più alti in assoluto, il PIL non crescerà molto nel 2010, dunque anche il rapporto PIL\debito rimarrà pericolosamente alto. Tremonti sembra esserne al corrente e, giustamente, frena su quest'argomento.

Questo conferma che le politiche del governo, tutte caratterizzate dalle contingenze momentanee e mai ispirate a ottenere risultati sul lungo termine, stanno costando care non solo al governo, che prima o poi dovrà rispondere delle sue promesse mai realizzate, ma anche ai cittadini, costretti a pagare senza ottenere nulla in cambio. Solo migliorando i servizi in rapporto alla spesa totale si potrà, un giorno, diminuire le tasse e solo semplificando il sistema tributario si riuscirà a diminuire l'evasione fiscale, migliorando anche i controlli.
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